Dott.ssa Anna Maria Corbo

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Dott.ssa Anna Maria Corbo

(Roma 13 marzo 1929 - 18 giugno 2009)

 

 

 

Una ‘serendipity’ fu all’origine della ‘resurrezione’ del fondo dell’Archivio Storico Comunale di San Ginesio (ASCSG). Il caso felice si affacciò all’orizzonte insieme alla visita di due attempati e distinti signori che in una mattina d’estate si rivolsero, con estrema cortesia, agli uffici del Comune e chiesero di poterlo visitare. Compilarono diligentemente l’apposita scheda, davanti all’impiegato, secondo necessità, addetto alla cultura. Quest’ultimo, di suo, era alquanto in imbarazzo nel dover confessare che in effetti al momento l’immensa dotazione documentaria sanginesina si trovava abbandonata alla rinfusa in due ambienti in disuso del piano terra del Municipio. L’imbarazzo dell’impiegato diventò stupore incredulo quando lesse il nome scritto in una scheda: Anna Maria Corbo, archivista.

Adriano Campugiani, appassionato di archivi ed amico del mitico archivista di Loreto, p. Floriano Grimaldi, riconobbe il nome di colei che per 6 anni era stata la quotata Soprintendente agli Archivi delle Marche. La Corbo tornava nella nostra Regione, a trascorrere le vacanze estive nella campagna ginesina, coinvolta dal compagno della sua vita, anche lui ex Soprintendente agli Archivi di Roma e Lazio, per un viaggio nella nostalgia. Il professor Michele Pardo, ferito nel territorio montano di San Ginesio durante la resistenza, era stato curato da un medico condotto toscano, il dott. Michele Manetti, che in quel frangente esercitava a Ripe San Ginesio e, saltuariamente, a San Ginesio. La coppia, in pensione, ripercorreva insieme i sentieri della propria giovinezza. Ed ecco perché la scelta di San Ginesio, dove, oltretutto, c’era un ricchissimo archivio, per la maggior parte inesplorato, dove coltivare la passione degli studi insieme alle passeggiate nei borghi circostanti.

Aperta la porta del fondaco, una montagna disordinata di cassette da frutta si parò alla vista, sepolta da ragnatele ed escrementi. Il prof. Pardo riferisce di quel momento, con queste parole: “Lei era protesa nel dolore. Era sconsolata”, “Una situazione peggiore era impossibile. Bisognava fare qualche cosa”.

Era l’estate del 1991 e la Corbo passò quella parte del giorno che quotidianamente avrebbe dovuto essere dedicata alla consultazione e allo studio delle carte, a scartabellare gli antichi rilegatori di cuoio o le risme ammassate disordinatamente, a disporle in pile per argomenti e ad organizzare il da farsi. Convinse il Sindaco Parrucci della necessità assoluta di individuare un luogo idoneo per il deposito ordinato delle carte d’archivio e dei libri antichi che man mano emergevano da quella specie di montagna senza fine di cassette e fogli svolazzanti in mezzo a nugoli di polvere urticante.

Il 7 settembre 1993 veniva inaugurato, e quindi aperto alla consultazione e protetto da ulteriori perdite, l’Archivio Storico Comunale di San Ginesio.

Nell’opuscolo pubblicato successivamente, per iniziativa del Comune, il Sindaco, polemico nei confronti di chi non aveva condiviso l’importanza del recupero, ringraziava i quattro Soprintendenti delle Marche presenti, i dipendenti comunali, soprattutto Adriano Campugiani e Mario Calamita, i ragazzi che avevano collaborato volontariamente e i cittadini che erano presenti in massa a solennizzare l’evento.

Insomma, durante le tre estati, con la piena solidarietà dell’Amministrazione comunale, dopo aver allertato l’allora Soprintendente per gli Archivi delle Marche, dott. Vincenzo Biondi, ed averne ricevuto il sostegno, il materiale più antico, già inventariato dal grande Bandino Zenobi, era stato sistemato negli appositi scaffali. Nel secondo anno si era verificata una cosa straordinaria, cioè dei giovani volontari,  Manfredi Massi di Sarnano, Andrea Porkolab di Potenza Picena, Anna Affede di Macerata e Massimo Pomponi di Roma, avevano offerto la loro la collaborazione. Per il restante fondo, nel terzo anno, senza più aiuto né manuale né tecnico, la Corbo aveva potuto provvedere solo al salvataggio delle carte, al loro alloggio in fascicoli ben segnalati, ma non al loro riordinamento scientifico, come sarebbe stato se le cose fossero andate diversamente. Unica testimonianza dell’amarezza di questo grande lavoro, non concluso secondo le primitive intenzioni ed aspettative, una cartella fitta di appunti scritti a mano sul contenuto dei faldoni segnati AA, e di indicazioni del numero di corda.

Dunque la massa informe di faldoni e carte dal XIII secolo fino ai primi anni del XX secolo era stata spolverata e aveva riguadagnato il suo posto in fascicoli segnalati per classi e disposti in corda. Le più antiche eleganti rilegature in cuoio e in pergamena erano state protette in fogli di carta legati da fettucce. Tutto eseguito all’insegna del risparmio ma funzionale alla conservazione e alla consultazione.

E questo non fu tutto. Seguirono infatti i lavori scientifici sui documenti. Saggi che partirono  dall’osservazione della caratteristica pittorica del maceratese di rappresentare angeli musicanti. La rappresentazione iconica del santo protettore del luogo, s. Ginesio, che lo mostrava all’inizio in abiti di giullare con strumento musicale a corda e, successivamente, sempre con strumento a corda, ma in abbigliamento più formale e quasi militaresco, fece il resto. La curiosa evoluzione iconografica stimolò infatti la Corbo a cercare giustificazioni anche negli Introiti ed Esiti del Camerlengo, nelle Bollette del Municipio, insomma in quel settore di carte poco frequentate a causa della difficoltà di lettura e d’interpretazione. Diversamente, le Riformanze, verbalizzate da un ‘Cancellarius’ o da un ‘notaro’ e quindi più formali e leggibili, sono anche meno eloquenti in questioni di carattere secondario. E a quest’ultima categoria doveva appartenere l’assunzione di cantarini, musici e giullari ingaggiati dal Magistrato per la “festa di s. Ginesio”, quale contorno e ornamento degli eventi religiosi e civili previsti da un apposito paragrafo dello Statuto della ‘Terra ecclesistica’.  Quell’evento istituzionale, che occupava 8 giorni di agosto e che costituiva uno dei grandi richiami per il territorio, nel dare luogo e occasione ad esibizioni straordinarie, generò uno spazio culturale destinato a costituire l’anima popolare della cultura locale su cui si innesta la tradizione filamornica tuttora viva e coltivata in loco.

Questo è il tipo di ricerca che innerva i quattro saggi davvero brillanti sulla tradizione musicale di San Ginesio che, per la consistenza del numero dei musici, per la varietà insospettabile delle provenienze, per la specificità nell’uso di determinati strumenti musicali in determinate comunità, diventa un eloquente spaccato dell’attività musicale popolare nel maceratese:

A.M. Corbo, San Ginesio e la tradizione musicale maceratese tra la fine del ‘300 e l’inizio del ‘500: giullari,suonatori e strumenti musicali, San Ginesio 1992;

A.M. Corbo, Suonatori, cantarini e strumenti musicali nel ‘500 in San Ginesio e nel maceratese, San Ginesio 1993;

A.M. Corbo, Spettacoli e teatro in San Ginesio dal secolo XIV al ‘900, San Ginesio 1995;

A.M. Corbo, Bande musicali ne Risorgimento. La Filarmonica di San Ginesio nel maceratese; San Ginesio 1996.

Respirando l’aria di San Ginesio, gustando un gelato in piazza, ed ammirando la fioritura gotica del frontespizio della Collegiata, è impossibile non notare la statua eretta in onore di Alberico Gentili. Ma una strana esperienza fece la Corbo quando, ammirata dalle linee armoniche create nel 1908 dallo scultore Giuseppe Guastalla per il terzo centenario della morte del giurista, si accorse con sorpresa che si era completamente persa memoria delle innumerevoli traversie e delle colpevoli negligenze che, a partire dalla sottoscrizione internazionale e dall’insediamento del Comitato internazionale per le onoranze, portarono infine alla realizzazione del monumento.

Sempre dalle carte dell’ASCSG e da quelle dell’Archivio centrale di Stato nacquero la monografia: A.M. Corbo, Il monumento ad Alberico Gentili in San Ginesio, San Ginesio 1994 e, successivamente, l’articolo “Un problematico ritratto di Alberico Gentili al Pincio”, pubblicato in Lazio. Ieri e Oggi, XXXV, 1, gennaio 1999.

Due contributi preziosi per la storia di San Ginesio, che ancora una volta confermano la centralità del luogo e delle celebrazioni gentiliane tra fine Ottocento e inizio Novecento, e la capacità di personaggi eminenti maceratesi e sanginesini di connettersi con personaggi della grande storia, quali il Principe ereditario di casa Savoia, Giuseppe Garibaldi, Francesco Crispi, Aurelio Saffi e numerosi altri di pari dignità del Secondo Risorgimento italiano, subito dopo Roma capitale.

Ancora una volta, attraverso la microstoria locale, illustrata tramite la lettura e il rispetto delle fonti documentarie, s’intravede in filigrana, nella vicenda del monumento sanginesino, il cammino non semplice verso l’unificazione del nuovo Stato. In un tale momento della storia c’era bisogno di far appello a tutti i grandi spiriti del passato per creare una identità nazionale, che fosse animata da un ethos unitario ispirato agli esempi dei grandi italiani i quali, da varie parti del Paese e in varie epoche, avevano concorso ad imporre la solida immagine della cultura italiana, e che ora venivano richiamati alla memoria per costituire i modelli di riferimento del neonato Regno d’Italia.

Il lavoro estivo e le vacanze sanginesine di Anna Maria Corbo si interruppero nel 1996, a causa di una forma di tubercolosi, forse contratta al contatto con polveri nocive di archivi mal conservati. Dopo due anni di cure e di lontananza, su invito del Centro Internazionale di Studi Gentiliani, tornava a San Ginesio e dalla permanenza estiva e dallo studio dei tre volumi del Tamburo nasceva la monografia: A.M. Corbo, Il «Tamburo» di San Ginesio nei documenti del secolo XVI, San Ginesio 1999. Saggio finissimo, condotto su un fondo documentario singolare stilato tra il 1554 e il 1590, che consiste in una interessantissima raccolta di lamentele e suggerimenti anonimi (le ‘polizze’) -quasi fossero dei ‘cahiers de doléance’ ante litteram- indirizzati al Magistrato, che riportano aspetti di politica e diplomazia amministrativa, di solito non trattati tanto esplicitamente dalla diplomatica, e gettano luce su costume e malcostume nella vita della Comunità, solitamente ignorati dalle carte ufficiali.

Questa fu l’ultima ‘performance’ offerta a San Ginesio, in una lunga e appassionata missione che era cominciata con la pubblicazione di un opuscolo: A.M. Corbo, Le Cinquecentine della biblioteca comunale di San Ginesio, San Ginesio 1992. Come la Corbo stessa afferma in una relazione consegnata a parte al Comune, “in attesa di poter procedere al trasferimento dell’Archivio Storico dal locale sottostante al piano superiore,” aveva preso “l’iniziativa di catalogare ex novo i volumi del secolo XVI conservati nel Fondo antico della Biblioteca”, volumi che “si trovavano ancora imballati dal tempo del loro trasferimento dalla precedente sede dell’Istituto Magistrale.” Si tratta di 325 volumi che cataloga, evidenziando gli Stampatori “per il rilevante e attuale interesse di studio che questi presentano”, tentando di individuare le provenienze sia dalle dedicatorie che dagli argomenti, e segnalando le opere di maggior pregio. Insomma un lavoro ordinato, competente e importante ai fini della conservazione del patrimonio e della promozione culturale di San Ginesio.

L’Amministrazione comunale ringraziava la dottoressa Corbo, pubblicando, a sorpresa, l’opuscolo: Inaugurazione dell’Archivio Storico Comunale. 7 settembre 1993, edito a cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune di San Ginesio, Macerata 1995, che conteneva la conferenza tenuta dalla Corbo il giorno dell’inaugurazione.

 

A San Ginesio in particolare, dove la rievocazione delle cosiddette tradizione storiche sanginesine è tanto sentita e coinvolgente da rappresentare il collante sociale più consistente dell’intera comunità, a San Ginesio è bene che questo tipo d’impegno si conosca, si ricordi e si tramandi. E’ bene che ogni figurante dei vari Pali e delle varie edizioni del Ritorno degli Esuli sappia che la veridicità delle situazioni che rappresenta -come la “festa di San Ginesio”, il palio, la gara della spada e dell’anello, come la composizione del corteo, gli abiti del Magistrato e degli Ufficiali, la cornice musicale e coreutica, e gli spaccati di vita quotidiana, come l’arte della lana e della tintura dei panni, il maestro di scuola, il gioco delle carte, l’osteria, l’ebreo, le meretrici- trae origine dalla ricerca archivistica attenta, documentata e scrupolosa offerta dalla Corbo nei suoi saggi. Una ricerca che non si ferma alla registrazione semplice dei dati in ordine cronologico, anche se solo questo sarebbe stato un  lavoro grandioso, ma che li contestualizza nella storiografia generale, li ambienta negli scenari territoriali e li coniuga con il patrimonio dei beni culturali ereditato da una forte tradizione colta.

Quest’ultimo motivo, quello del deterioramento dello spessore culturale del luogo, che le politiche culturali dell’Amministrazione si propongono di evitare, è il ‘leit motif’ che percola nell’intero arco di attività della Corbo a San Ginesio. Nella prima relazione sull’Archivio storico, dove in grandi e suggestivi tratti focalizza gli eventi salienti di storia cittadina nel corso dei secoli, conclude: “Dopo la prima e la seconda guerra mondiale profondi mutamenti avvennero nella società ginesina: alla nobità locale e al colto clero si sostituì la nuova classe dirigente di estrazione prevalentemente rurale la cui inadeguatezza culturale rischiò di disperdere l’ingente patrimonio storico e artistico che i predecessori avevano raccolto e conservato. Ora si sta in fase di recupero, ma moltissimo è andato dissennatamente perduto.”

Nell’ultimo saggio sul Tamburo si esprime così:

“Voler trarre delle conclusioni dall’analisi della documentazione contenuta nei tre volumi del Tamburo è certamente temerario ma non impossibile…Il primo elemento che si impone con evidenza nello studio della società ginesina  della seconda metà del secolo XVI è la presenza di una élite culturale assai preparata e consapevole del suo ruolo guida, alla quale si contrappone una classe di governo non altrettanto adeguata…La prova più evidente della dissonanza tra le parti sta nel risultato delle votazioni del Consiglio generale, in cui si può osservare come i più avanzati provvedimenti proposti dalle polizze, cioè dai più colti e responsabili cittadini di San Ginesio, venissero assai spesso respinti o non votati o del tutto ignorati. Nei casi migliori le decisioni venivano differite per anni…Si alimentano così quelle tendenze negative –che non potranno non pesare in futuro- tra le quali si pone la lentezza nel prendere decisioni…Un’altra tendenza inquietante che si estrae dall’analisi di questa documentazione è l’ostilità verso i forestieri, causa non ultima dell’impoverimento culturale della popolazione e del suo progressivo isolamento… L’impoverimento generale, la peste, le carestie, le pesanti tassazioni erodono progressivamente la linfa vitale della Terra. I saggi espatriano, trovando altrove condizioni migliori…Nei 36 anni di vita del Tamburo gli eventi esterni e interni della Comunità si intrecciano drammaticamente mentre sul trono di Pietro si succedono pontefici di grande fermezza e autorità impegnati nel Concilio di Trento, nella lotta contro i Turchi e contro il diffondersi delle eresie…Non si può non concludere col dire che la documentazione analizzata provoca una grande emozione perché è lo spaccato vivissimo e severo -talvolta impietoso- di una società già vincente che però comincia a perdere colpi di fronte alle grandi difficoltà esterne ma anche per una propria incapacità di rinnovamento. Tuttavia si deve prendere atto che di questo periodo tormentato rimane una splendida testimonianza nei monumenti, nelle opere d’arte, nei libri e nei documenti, patrimonio prestigioso che l’incuria e l’indifferenza degli uomini che lo hanno ereditato sono riuscite a logorare ma non ad annientare.”

 

 


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